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La compagnia dei Don Chisciotte

Tre giorni: uno per dormire, uno per tornare, uno per riflettere. Il quarto giorno dopo la fine ufficiale del Festival Internazionale del Giornalismo è tempo di scrivere un commento a questa edizione, la seconda per me come volontaria.

Non è facile trovare le parole per descrivere quei sei giorni nel cuore medievale di Perugia, ma mi piacerebbe riuscirci lo stesso per dimostrare che le parole sono importanti, soprattutto se voglio continuare a sognare di fare la giornalista. Ecco, credo che il senso globale del Festival di quest’anno sia proprio questo: fare i giornalisti. Ho vissuto 15 ore al giorno fianco a fianco con decine di ragazzi, volontari come me, impegnati, seri, competenti: bravi. Ragazzi che, per la maggior parte, sognano come me di poter rispondere un giorno alla domanda “cosa fai nella vita?” con “faccio il giornalista”.

Da sette anni Arianna Ciccone ci apre le porte del suo Festival e ci regala questa magnifica occasione, un’esperienza di vita a contatto con un mondo intero di persone, la possibilità di imbracciare una telecamera e riprendere Michele Santoro, di fermare Marino Sinibaldi e intervistarlo. Ma soprattutto l’opportunità di incontri che, altrimenti, non faresti mai. Mi si susseguono nella mente come un sogno sei giorni di sorrisi, caffè presi insieme, appunti e domande annotate sui taccuini del Festival, cuffiette per la telecamera imprestate da sconosciuti, l’avanti e indietro in corso Vannucci per non perdere neanche un evento, quei 10 minuti di buco da impiegare assolutamente per scrivere un articolo, le discussioni con la pizza in mano sul nostro futuro, i mille campanili di Italia e il suono delle loro campane che si intrecciava in armonia.

Siamo stati e siamo favolosi. Noi, tutti i volontari che appassionatamente hanno seguito il Festival, ciascuno a modo suo, ma tutti insieme a impegnarci per un ideale, impossibile forse, ma limpido sul nostro orizzonte. Badge al collo, tanto sonno alle spalle, ma spavaldi ogni mattina per lottare contro i mulini a vento, come Don Chisciotte. Questa immagine letteraria me l’ha regalata un amico prima della partenza, come incoraggiamento per l’avventura che mi si presentava davanti: “Don Chisciotte viene sempre criticato secondo il punto di vista del ‘tu-lotti-contro-cose-più-grandi-di-te’. È vero, ma nessuno vede l’aspetto importante della cosa: Don Chisciotte li combatte comunque! Non è straordinario? Probabilmente è consapevole che sarà una lotta faticosa, magari disastrosa, però ha il coraggio di affrontarli”.

Non c’è niente di più forte del pensiero che, continuando a lottare contro ostacoli insormontabili, prima o poi sfonderemo la barriera. Perché la legge che regolamenta la professione giornalistica in Italia è tra le più spinose e ingarbugliate al mondo, perché ci sono i favoritismi e le caste, perché abbiamo percorsi di studio differenti a fronte dell’inesistenza di un corso apposito per diventare giornalista, perché non ci pagano, ci sfruttano e ci credono incapaci. Ma vuoi mettere la soddisfazione di riuscirci lo stesso, nonostante i mulini a vento che ci bruciano terreno intorno? Di riuscire un giorno a preparare un editoriale per la ventesima edizione del Festival del giornalismo, e ricordare gli anni da volontario, le salite e discese di Perugia che seguivano gli andamenti dello scoraggiamento e della nuova voglia di riuscirci? Io ci voglio scommettere, sono fermamente convinta che Don Chisciotte fosse un genio, e che in fondo al suo combattere contro i mulini a vento avesse chiaro e fermo un obiettivo da raggiungere, determinato e pronto ai contraccolpi. Non scoraggiamoci ragazzi… Mancano meno di 365 giorni al prossimo Festival!

foto di gruppo volontari 2012

foto di gruppo volontari 2012

Alessandra Chiappori

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