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“Più cultura, meno paura”, intervista a Marino Sinibaldi, direttore di Radio3

Marino Sinibaldi

Marino Sinibaldi, direttore di Radio3

“I veri rivoluzionari siete voi”, si sono complimentati i relatori della conferenza di domenica sera alla Sala Raffaello dell’hotel Brufani. “Chi salverà la cultura?” era il titolo dell’incontro che ha visto partecipare Marino Sinibaldi, direttore di Radio3, Armando Massarenti, della Domenica del Sole 24 ore, Luca Mastrantonio, dell’inserto culturale del Corriere della sera, e ancora Malcom Pagani de Il fatto quotidiano e Francesco Rigatelli della Stampa. Un palco di giornalisti culturali che ha piacevolmente coinvolto un pubblico appassionato mentre a pochi metri di distanza si svolgeva la conferenza stampa con Michele Santoro, da qui l’appellativo di “rivoluzionari”: coloro che decidono di evitare la massa per parlare di cultura e giornalismo culturale. A fine incontro abbiamo intervistato Marino Sinibaldi sulle problematiche e le proposte emerse durante la discussione con il pubblico.

Lei ha accennato all’esistenza e alla futura esplosione di nuovi linguaggi e al loro cambiamento per quanto riguarda la carta, con la sua sparizione, e per quanto riguarda anche la radio, in questo caso Radio 3 di cui lei è direttore. Come pensa che la cultura sopravvivrà a questi nuovi linguaggi e in particolare al web, di cui al Festival si è parlato molto?

Io penso che la cultura abbia attraversato linguaggi diversi, dalle tavolette di creta a cui dobbiamo buona parte del nostro patrimonio culturale, fino al digitale. Io ammetto una certa ambiguità, nel senso che ho un grande interesse a questi cambiamenti nei contenitori, nei supporti, mi ha molto interessato anche nella vita leggere cosa ha significato l’invenzione della stampa, il passaggio dai rotoli… Però alla fine penso che non sia quella la cosa decisiva, bisognerebbe guardare altrove. O meglio, sarà decisiva, ma bisogna guardare altrove anche perché lì è veramente difficile capire cosa accadrà, non ci ha mai indovinato nessuno su questa cosa delle tecnologie, delle invenzioni. Hanno ritenuto senza futuro un’invenzione come il cinema, quando Gutenberg ha inventato la stampa non pensava che sarebbe servita a diffondere i romanzi, che invece sono stati il genere narrativo di maggior successo, la radio ha continuato a sopravvivere dopo la televisione… Quello che conta sono i contenuti, forse sono troppo illuminista in questo. Sono i contenuti, cioè la qualità culturale, e lì ci sarebbe molto da discutere su cos’è la qualità culturale, io ho tentato di darne anche per gioco una definizione: sono cose belle, intelligenti e contemporanee, magari non tutte e tre le qualità insieme, però un po’ di queste qualità ci devono essere. È quella la vera sfida, poi quale sarà il supporto è secondario.

A proposito di contenuti e di qualità, crede che rispetto alle logiche di mercato e di consumo che sembrano e devono prevalere per una questione di mercato, la cultura e la critica ad essa legata abbiano qualche speranza di sopravvivere e di farsi spazio?

Ma insomma, se la cultura si fa spaventare dal mercato che cultura è? Non ci sarebbe mai stata cultura, se Cervantes avesse pensato al mercato scrivendo il primo Don Chisciotte… Per il secondo, la continuazione, ci ha pensato perché erano uscite le imitazioni di Don Chisciotte e lui l’aveva dovuto fare perché il mercato si era impadronito della cultura. Ecco, la cultura deve pensare che deve essere il mercato a impadronirsi della cultura, quella è la sfida culturale, e poi ogni volta rilanciare la sfida, non preoccuparsi di essere sopraffatta dal mercato. Poi non è che non capisco il tono e l’allarme della domanda: naturalmente il mercato omologa, invece la cultura è una cosa fatta di differenze, il mercato si adatta al già esistente e invece la cultura è qualcosa che crea continuamente innovazione. In questo senso la cultura secondo me salva anche il mercato perché il mercato poi alla fine muore se fa sempre le stesse cose, solo che quelli che lavorano nel mercato hanno paura. Uno degli slogan di Radio 3 era “più cultura, meno paura”.

Lei ha consigliato ai giovani, più che scrivere di cultura, di fare cultura, quindi a proposito del titolo di questo incontro “chi salverà la cultura”, saranno i giovani a salvare la cultura secondo lei, e parallelamente chi salverà invece la cultura sui giornali?

Saranno i giovani nel senso che se ogni generazione non inventa culture nuove, la cultura non si salva, muore, si isterilisce, si ripete. Io ho detto anche una cosa rassicurante: potremmo pure campare sentendo sempre Bach e Mozart o Mahler, leggendo sempre Don Chisciotte, Tolstoj o Vonnegut, però la cultura non vive se ogni volta non si rinnova e se non è capace, oltre che a rappresentare la ricchezza della propria tradizione, a portare una sfida ai propri tempi. La seconda parte, sui giornali, è più insidiosa al momento: il pericolo c’è, poi a vederlo… Insomma la cultura nei giornali c’è persino fuori dalle terze pagine. Una cosa che qua non ho detto e che invece per me è importante è che proprio non bisogna assolutamente avere nostalgia di cosa era la cultura prima, la cultura delle terze pagine, perché era veramente un recinto recluso quello della cultura, che veniva anche lasciata vivere dignitosamente dentro quei confini. Adesso la cultura ha sforato un po’ i limiti delle pagine che aveva, quando per esempio Repubblica nel ’76 inventò il paginone culturale sembrava di respirare, ma oggi la cultura arriva anche nelle prime pagine dei giornali. Proprio Repubblica ha pubblicato nelle prime pagine la recensione di un libro di una esordiente che si chiama Paola Sori: è qualcosa che non sarebbe mai accaduto in passato, ed è il segno anche di confini che saltano, di una sfida che può essere portata anche a livelli più alti che non quelli delle pagine culturali o dei programmi culturali. Lo dico facendo una radio solo culturale, però la sfida è davvero di allargare i confini di questo messaggio.

Alessandra Chiappori

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