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Fulvio Abbate si racconta

ph Martina Zaninelli

Abbiamo incontrato lo scrittore Fulvio Abbate a margine dell’evento che lo ha visto protagonista insieme a Pietrangelo Buttafuoco, giornalista del Foglio. Due ‘uomini di mondo’ hanno provato a raccontare la loro vita. Al di là della carriera, delle etichette ma soprattutto al di là di ogni pregiudizio. Il ritorno di Franchi e Ingrassia è il sottotitolo scelto per l’incontro. Chi sia Franco e chi Ciccio tra i due non è ben chiaro. Ma la sintonia è assicurata, come il divertimento.

Abbate, perché ‘Il ritorno di Franchi e Ingrassia’?
Il riferimento è dovuto innanzitutto al fatto che sia io che Pietrangelo Buttafuoco siamo siciliani. Poi, dal momento che siamo due scrittori, abbiamo cercato di indicare un aldilà del giornalismo, raccontando i nostri sogni, le nostre aspirazioni, il nostro modo di guardare il mondo. Soprattutto abbiamo cercato di comunicare la nostra alterità rispetto all’ordinaria amministrazione giornalistica. Se un minimo piacciamo è anche perché affermiamo la nostra differenza. Pietrangelo da una prospettiva di ‘sciarpa littorio’, quindi fascista. Io da una prospettiva libertaria e situazionista. Siamo diventati due pezzi unici, due monotipi.

Due pezzi unici, opposti, ma conciliabili?
Assolutamente conciliabili, proprio perché rappresentiamo due espressioni differenti di anticonformismo. Siamo dei non riconciliati rispetto al luogo comune, che ci fa orrore. Per questo motivo dovremmo essere protetti da militari in armi che ogni tanto ci tirano su per farci ricevere gli applausi.

Per chi è abituato a raccontare le storie degli altri, da giornalista o scrittore, quanto è difficile raccontare se stessi?
Uno ci prova a farlo, ma è sempre una roulette russa. Quello che ti è davanti ti ascolta oppure pensa “Ma questo qui che cavolo sta dicendo?” Sicuramente essere ruffiani e dire delle cose immaginando che gli altri le apprezzino perché sono frasi rodate è orrendo ed inaccettabile. Ogni volta è una scommessa. Ma è altrettanto mostruoso avere un copione, come fanno gli attori. Il bello è andare a braccio.

Quello che dovrebbe fare anche un vero giornalista?
Il giornalista dovrebbe rispondere unicamente a se stesso e non arrivare in redazione pensando “questa qui non me la faranno scrivere”, come spesso accade. In realtà il problema non si pone più, perché non c’è ricettività occupazionale. Diciamolo ai giovani che vogliono fare i giornalisti: non c’è futuro. L’unico futuro è inventarsi un proprio baracchino in rete, come ho fatto io con Teledurruti, e accettare la scommessa.

L’unico futuro possibile sta nell’indipendenza?
L’indipendenza dovrebbe essere una scelta morale per un giornalista. Spesso si dice che si deve dipendere dagli altri perché altrimenti non ti pagano. Ma visto che oramai non ti paga più nessuno, bisogna cambiare prospettiva. Non più quella del diritto al lavoro, ma dell’abolizione del lavoro. Il senso della realtà non ci sta dando chissà quali stupendi orgasmi, per cui bisogna rifiutare la realtà. Semmai, se esistono dei santi protettori, costruire loro cappelle e altari, così da avere garantito, attraverso la poesia, l’accesso al mondo delle professioni.

Silvia Aurino
@SilviaAurino

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